Un invito a meditare

Sono da breve di ritorno da un’esperienza in Africa, precisamente in Madagascar, che sicuramente mi ha scosso umanamente, cristianamente e spiritualmente. Questa la parte più difficile, cercare con poche parole di farvi capire, o in qualche modo immaginare, che cosa sia stato vivere un mese in Madagascar, anche se già so, che qualunque cosa vi dirò, possa solo in “minima parte” aiutarvi a capire, perché queste sono cose che non si possono spiegare con le parole, perché personalmente significherebbe sminuire il tutto. A chi desidera andare però, consiglio di verificare le reali motivazioni, di imparare a far silenzio (attraverso un tempo di spiritualità e di ascolto profondo) di prepararsi all’incontro, cioè a confrontarsi con altri mondi e stili di vita, totalmente e lontanamente diversi dal “nostro”, quel mondo cioè che privilegia il TUTTO, SUBITO, ADESSO. Imparare l’essenzialità, la semplicità e intessere relazioni gratuite di amicizia. Credo che ciò sia una buona premessa ad un’esperienza missionaria che tuteli dal rischio di far turismo a buon mercato, (come spesso accade…purtroppo).


Il Madagascar è un’isola 7 volte più grande dell’Italia e sicuramente la più povera, dove abbonda il tasso di analfabetizzazione, praticamente nullo soprattutto nei villaggi a causa della mancanza di infrastrutture, di insegnanti, di generi scolastici di prima necessità, dove si vive di agricoltura praticata con metodi antiquati, scarsamente produttiva e subordinata alle condizioni metereologiche.

Il 50% della popolazione è costituita da persone d’età inferiore ai 15 anni. La situazione sanitaria è drammatica! Il Madagascar è uno dei pochi paesi del mondo dove la mortalità infantile e materna non è diminuita negli ultimi anni, dove la malnutrizione cronica, l’assistenza medica inesistente, le misere condizioni di vita, la mancanza d’acqua (dove la sorgente più vicina spesso è a chilometri e chilometri di distanza da raggiungere a piedi) e l’impossibilità di un adeguato programma di vaccinazione sono la causa dell’elevata mortalità. La maggior parte dei bambini sono malnutriti, presenta arresto della crescita, malattie respiratorie, gastro-interiche, mancanze igieniche e malaria sono le principali cause di morte tra le persone ed i bambini sotto cinque anni. Il villaggio dove io ho trascorso i trenta giorni più significativi della mia vita si chiama Amborompotsy (uccelli bianchi).

Totalmente immerso nel deserto più profondo, a tredici ore di Jeep dalla zona abitata più vicina, dove per raggiungerlo spesso bisogna andare a piedi per via delle strade inesistenti, dove le 4X4 non riuscivano a sopportare anche il nostro peso, lì in mezzo al deserto, dove per ore non vedi alcunché di vegetazione, dove tutto intorno a te è arido e secco, lì, vi è un’oasi di verde immersa nel deserto, creata da una persona incredibile, un messaggero di giustizia e povertà, Padre Cataldo, che vive lì da 47 anni. Laureato in filosofia si è innamorato di Dio ed all’età di 30 anni ha abbandonato il nostro mondo da lui definito “mondo maledetto”, per andare nel deserto a creare quella che è adesso una Missione. Qui vi è un ospedale in mattoni, con scarsi macchinari, ma utilissimo per poter intervenire dove possibile, qui lavorano una coppia di medici Malgasci, che si sono trasferiti lì dalla capitale per portare il loro aiuto, dove vi è anche una scuola in costruzione.



Da qualche anno è stata costruita una conduttura d’acqua che rifornisce il villaggio, non vi è corrente elettrica MAI, ma si vive di luce naturale, le giornate cominciano alle 5:00 e si concludono alle 20:00. Ho trascorso i miei giorni, a stretto contatto con la gente del villaggio, condividendo ogni cosa con loro, diventando una parte di loro. Ogni giorno, facevo il giro fra le varie capanne, prendendo con me i bambini, li lavavo, li vestivo, gli preparavo il latte in polvere e li portavo dal medico, medicavo loro le infezioni da scabbia, i piedi totalmente divorati dalle pulci penetranti, dove l’odore di carne morta riempiva le mie narici. Ho visto bambini di 2 anni pesare appena 2 kg.. Ho visto bambini morire per attacchi troppo forti di malaria. Ho visto donne di appena 30 anni ridotte come larve morire di dissenteria. Ho visto amputare le dita dei piedi a bambini, perchè troppo piene di larve e senza più un briciolo di pelle rimasta.


E a tutto ciò mi viene da gridareeeee!!!
Mi chiedo perché ancora oggi, 3° millennio, non sia garantito il diritto all’istruzione a tutti, che ancora si muoia per malattie che nel “nostro” occidente sono state debellate circa un secolo fa (lebbra, vaiolo, malaria, tubercolosi, febbre gialla, dissenteria, tifo, colera, ecc) o che comunque, sono curabili con semplici antibiotici, mentre da noi non si fa altro che sfruttare l’80% delle risorse e si vive nel lusso più totale a discapito del resto dell’umanità. La cosa paradossale però, è che nonostante tutto ciò, la gente li è felice, felice di vivere. Lo si vede da piccole espressioni, dai loro enormi occhi sempre brillanti, dai loro sorrisi li, sempre impressi, nei loro splenditi visi, dalle loro voci sempre pronte ad intonare meravigliosi canti, che non fanno altro che tornarmi in mente ogni giorno. Questa loro felicità innata, questa loro purezza d’animo mi fa invidia, e non fa altro che farmi viaggiare in zone sempre più profonde della mia anima, immaginando di essere un’aquila, e lanciarmi ad inseguire questo deserto insieme ai saperi solenni, ricominciando di nuovo il viaggio della vita, che si inebria di stili e pensieri, celebrando qui i miei sensi, dove si affina la mia disposizione a vivere.


Ma questi giorni, sono passati velocemente, trascorsi immersa totalmente in un’altra dimensione , dove bisogna affrontare il ritorno al “nostro mondo”. È come già immaginavo, una volta rientrata nulla ha più senso. Infatti, furono giorni di stanchezza assurda e depressiva, di una totale mancanza di vitalità, pensando e ripensando a come spesso, troppo spesso ho speso male il mio tempo, che non tornerà non ritornerà mai più, chiedendomi continuamente che cosa ho fatto finora, e come può la gente vivere in tanta estraneità. Viviamo in questa nostra epoca postmoderna, dove i volti alla moda sono quelli della depressione, della stanchezza “di non far nulla”, dell’indifferenza e della malinconia, dove sempre più comunemente si manifestano la sofferenza e l’insoddisfazione personale. Di fronte a noi, non abbiamo altro che un paesaggio di totale assenza, dove la vita non è diventata altro che lavoro svilente, numeri, dove la televisione è diventata voce e anima di questo mondo, dove ciò che ci interessa e avere i vestiti alla moda e l’ultima auto uscita in commercio. Questa società è trainata dal ciclo sempre più gravoso del Consumismo, del Denaro e del Potere, dove la gente non fa altro che danzare sulle rovine di orologi e computer, MAI fino ad ora gli individui sono stati resi così infantili, così dipendenti dalle macchine per qualunque cosa. La cosa triste e che, più avanti si andrà, più il nostro spirito sarà il primo a morire, la morte del pianete sarà solo una conseguenza di cui rammaricarsi. La profondità di questa miseria spirituale, mi logora dentro, non siamo che testimoni di crescenti livelli di alienazione, depressione diffusa, aumento di disturbi di origine ansiosa, di immensa insoddisfazione per tutto ciò che ci circonda. In questo mondo immiserito, di sicuro la violenza a continuato a compiere progressi, dove assistiamo continuamente ad azioni di abuso di potere, dove si uccide e ci si uccide per nulla, dove i raptus omicidi non fanno altro che riempire le pagine dei nostri giornali, e non si fa altro che trovare le soluzioni in farmaci, alcool e droghe di ogni tipo, in un mondo sempre più artificiale e vuoto. Dovremmo invece cercare di cambiare l’oggetto dei nostri desideri, perché ormai noi qui ci “sentiamo liberi” di fare tutto quello che vogliamo, di uccidere, insultare, stuprare, rapinare, giudicare, vomitare critiche insensate, e non si fa altro che ascoltare discorsi su calcio, moda e politica, parlare e riparlare e dire solo è sempre INUTILI CAZZATE. Mentre di fronte a noi, non abbiamo altro, che le rovine della natura, la rovina della nostra stessa natura, mentre prima l’umanità viveva in uno stato di semplicità, di grazia, rispetto e condivisione con la natura, oggi riusciamo appena ad immaginarla. Se prima potevamo guardare alla tecnologia in termini di avanzamento o miglioramento, ora ho la netta certezza che questa ci ucciderà tutti, in quanto essa non fa altro che allontanarci e estraniarci dal mondo naturale, avvicinandoci sempre più ad una realtà virtuale, facendoci avanzare tutti come dei burattini dietro una marcia funebre.
Di una cosa però sono certa, ma che ancora molta gente non ha capito… e come disse il filosofo “Mario Scalanbro”:



Quello che c’è,
ciò che verrà,
ciò che siamo stati
e comunque andrà,
tutto si dissolverà,
e bisognerà tutti
attraversare alla fine
la porta dello spavento supremo.

Dedicato ai bambini del Madagascar
Aragona Mariella